“1 luglio lunedì: i soltati qui di stanza in numero di circa ottocento, di notte rubano a piacere le patate ancora fresche, con gran danno dei proprietari. Fanno strage alle patate, all’aglio e cipolla e rovinano fagioli e l’uva agreste. Sera te,porale e tempesta qui e colà. L’aglio e la cipolla rimasti nell’orto, la domestica li cavò per venderli e per non perdere tutto”.

Sono parole del “diario di guerra” del carnico Don Polentarutti, Parroco di Colloredo dal 1904 al 1918, riportate sul “Libro Storico” della Parrocchia durante quell’ultima torrida estate di guerra.
Una testimonianza resa con parole semplici, prive di qualsiasi enfasi retorica che parrebbero rassegnate agli abusi e soprusi; parole dal tono dimesso ma non vigliacco e che non riescono a nascondere un filo d’ironia. Parole di accettazione del volere divino, tanto per la guerra quanto per la grandine, senza rinunciare alla volontà di guardare avanti, continuare a vivere coraggiosamente e dignitosamente, nonostante tutto.
Questo libro-documento rappresenta una significativa attestazione dei disagi causati alla povera popolazione contadina, ma anche sintimatica delle carenze e dalla penuria in cui versava l’esercito austroungarico in quell’ultimo anno di guerra, costretto a depredare la gente lasciandola alla fame e alla disperazione. Una situazione “quella della mancanza di rifornimenti che contribuì non poco alla disfatta degli imperi centrali nell’autunno del 1918.

Autore: Andrea Peressoni

Editore: Parrocchia Ss. Nicolò V. e Giorgio M. di Colloredo di Prato, 1918
Lithostampa 2018
pp. 160

Ai 3 di avrîl si ricuarde la nassite de Patrie dal Friûl. Al jere l’an 1077 e l’imperadôr di Gjermanie Indrì IV (Enrico IV quello che si recò a Canossa), cun tun diplom prontât a Verone, al conferive al patriarcje Sigeard (Sigeardo) l’inviestidure feudâl ch’e faseve dal Friûl un stât tal jenfri dal Sacri Roman Imperi. .

Di chel moment il patriarcje al podeve vê un esercit, bati monede e fâ judizis di IInt grât (in apel). Insieme a chestis concessions a’ndi veve vudis ancje di altris, come cjiscjei, tiaris, glesiis e regaliis di ogni fate.

Il stât patriarcjâl al durà 343 ains e al piardè il podè pulitic dal 1420, dopo l’invasion di Vignesie. Invecit il dirit al titul di patriarcjât, il Friûl lu piardarà dal 1751 par cause di Viene, Vignesie e Rome che si jerin metudis d’acuardi par soprimi cheste istituzion.

Il document ch’al sancive cheste decision si clamave “Iniuncta nobis” (nostra ingiunzione) e lu veve firmât pape Benedet XIV (Benedetto XIV) , il 06 di luj dal 1751.

Di chel moment in Italie a restavin dome doi patriarcjâts, Rome e Vignesie. A jere stât Carli il Grant dal 811 a decretà che il cunfìn tra il patriarcjât di Salisburg e Acuilee al fos il flum Drava (cumò sot l’Austrie cul non Drau)

I PATRIARCJES DI ACUILEE DUCÂS DAL FRIÛL

Sigeard (Sigeardo) bielzà cancelîr dal Imperadôr Indrì IV (Enrico IV), deventât Patriarcje dal 1068, al à vût dal stes Imperadôr tal 1077 l’invistidure de contee dal Friûl cun parie i onôrs di Duche. Al è muart subit dopo, in tal stes an.

Eco la liste dai soi sucessôrs cul an de lôr nòmine.

Enrico, 1077

Federico, nevôt dal Re di Boemie, 1084

Ulrico o Vodalrico I di Eppenstein, 1085

Gerardo di Premariacco, 1122

Pellegrino I di Pao dal Trentin, 1130

Ulrico II di Treffen, 1161

Godofredo, 1182

Pellegrino II, 1195

Wolfgero, 1204

Pertoldo di Merania, 1218, (Bertoldo di Andechs)

Gregorio di Montelongo, 1251

Filippo di Carintia, (1269-1272. Elezion dal Cjapitul di Acuilee no je stade confermade)

Raimondo della Torre, 1273

Corrado di Slesia, (5-3-1299. Elezion dal Cjapitul di Acuilee no je stade confermade)

Pietro Gera, 1299

Ottobono de Radiis, 1302 (de Robari)

Cassone o Gastone della Torre, 1316

Pagano della Torre,1319

Bertrando di St. Genìes, 1334

Nicolò di Lussemburgo, 1350 (Al à proponût al Pape di trasferî la sede patriarcjâl di Acuilee a Udin, cence vê nissun risultât.)

Ludovico I della Torre, 1359

Marquardo di Randeck, 1365

Guglielmo decano di Aquileia, 1365. (Elezion dal cjapitul di Acuilee no je stade confermade)

Filippo di Alençon,1381

Giovanni di Moravia, 1387

Antonio I Caetani, 1395

Antonio II Pancera, 1402

Ludovico II di Teck, 1408

Il podê pulitic dai Patriarcjes al à durât duncje 343 agns, parceche tal 1420 cu l’invasion di Vignesie ur à restât dome chel religjôs. Il 6 di luj dal 1751 il Pape Benedetto XIV al buris fûr une letare Iniuncta nobis (nostra ingiunzione) dulà ch’al declare la fin dal il Patriarcjât di Acuilee, dant forme a lis dôs arcidiocesis di Udin e Gurizze.

Steme de Patrie dal Friûl Une femine cun tun vistît di tancj colôrs a simbul dai tancj cjiscjei ch’a son di guardie. Tal braç dret a imbranche une lance a simbul di difese in armis. Te man çampe a ten un libri… a simbul dai ingegns de Patrie.

Cjalant in face la “Loggia del Lionello” a Udin sul cianton a man çampe si po viodi cheste statue. Da “Leggi per la Patria e Contadinanza del Friuli” – Udine MDCLXXXVI (1686)

Bandiere de Patrie dal Friûl Acuile di colôr zâl-aur sul sfont blu.

Arcivescovât di Udin, ai 19 zenâr dal 1753 cun diocesis sufraganiis: Belluno e Feltre, Capodistria, Ceneda, Cittanova, Concordia, Padova, Parenzo e Pola, Treviso, Verona, Vicenza.

Arcivescovât di Gurizze, ai 18 aprile dal 1752 cun diocesis sufraganiis: Como, Pedena, Trento , Trieste.

 

Pier Carlo Begotti (da Messaggero Veneto, del 16 marzo 2007)

Ogni popolo, ogni nazione, ogni entità linguistica e culturale fonda la sua identità su un fatto storico, sentito come un gesto costituente l’avvio della propria specificità; spesso, questo si trasforma in mito e se ne perdono i caratteri veri e originari, vale a dire il significato intrinseco, nella misura in cui lo hanno vissuto i contemporanei.


E’ il caso, per il Friuli, della data del 3 aprile che, stando a un’esegesi sentimentale e ideologica, ma non scientifica, dovrebbe essere la certificazione dell’identità nazionale friulana, una festa istituzionale, ma con le caratteristiche di una vera ricorrenza popolare.


La “celebrazione” va prima di tutto riportata nelle sue giuste dimensioni storiche, sulla base di una conoscenza razionale e rigorosa, non data per acquisita definitivamente e fine a se stessa, altrimenti faremmo un cattivo servizio alla nostra stessa identità, ci richiuderemmo in un provincialismo sordo a ogni innovazione e alle conquiste del dibattito in corso.


La vulgata dunque vuole che il 3 aprile sia l’anniversario della fondazione dello “Stato patriarcale”, o dello “Stato indipendente friulano”. Queste affermazioni contengono una serie di inesattezze.


Per prima cosa, dovremmo evitare di parlare di “Stato” per il Patriarcato di Aquleia tra il 1077 e il 1420, così come per le analoghe istituzioni pubbliche europee dell’epoca, in quanto esse erano ben lontane dall’assumere ruoli preminenti – se non esclusivamente in campo legislativo, giudiziario, impositivo e così via. Ci troviamo pertanto in accordo con tutta una serie di scuole di ricerca storica, da Ernesto Sestan in Italia a Jesus La Linde Abadia in Spagna, che circoscrivono il concetto di Stato alle creazioni istituzionali pubbliche delle età moderna e contemporanea (e non possiamo dimenticare opere collettive come la significativa Origini dello Stato, Processi di formazione statale in Italia fra medioevo ed età moderna, curata da Chittolini, Mollio e Schiera nel 1994).


L’istituzione patriarcale era ben lungi dall’essere una formazione statale, in quanto al suo interno e nelle istituzioni che le erano legale, per esempio la contea di Gorizia, c’era ancora una concezione patrimoniale e familiare, dei pubblici poteri: una giurisdizione (che comportava anche la potestà di comminare la pena capitale, dunque di decidere sulla vita altrui) poteva benissimo essere suddivisa tra fratelli e cugini, un castellano come il signore di Prata poteva benissimo tenersi un castello patriarcale per più di mezzo secolo, sebbene fosse stato “condannato” dal Parlamento della Patria a restituirlo.


I conti di Gorizia, che pure erano gli avvocati della Chiesa di Aquileia e i loro capitani militari, facevano una distinta politica estera che li portò a combattere contro il loro superiore e a imprigionarlo. Comuni come quello di Udine, o di Cividale, avevano anch’essi una loro politica estera, contraria o favorevole a quella del patriarca a seconda delle convenienze, che li portava a stabilire alleanze dentro e fuori il Friuli, con Venezia o con Padova: tutti fatti che certo non permettono di affermare che l’istituzione patriarcale fosse uno Stato.


Quanto poi alla sua indipendenza, almeno per un secolo e mezzo fu una realtà, pur con la sua autonomia, dipendente dall’Impero. Poco a poco, è vero, maturò istituzioni proprie, allentò il suo legame con un Impero che perdeva sempre più autorità e prestigio, cominciò ad assumere – come molte altre signorie regionali – forme che si avvicinavano a quelle di uno Stato, ma il processo fu interrotto dalle lacerazioni interne e dall’incapacità dei patriarchi di istituire una Signoria che fosse al passo col il Ducato di Milano, la Repubblica di Venezia, la Repubblica di Firenze e così via, finchè la conquista veneziana pose fine a questo possibile sviluppo.


Quanto, poi, alla composizione sociale dei ceti che avevano in mano il potere, troviamo nobili, signori territoriali dotati di “banno”, enti ecclesiastici, aristocrazie formatesi nelle città patriarcali (le “comunità”), mercanti e banchieri, ma non troviamo certo il “popolo”: lo stesso Parlamento, così tanto mitizzato da ritenerlo una democrazia (!), era un consesso di castellani, abati, vescovi, alti prelati che vi entravano per diritto ereditario e non erano affatto eletti.


Ma poi: il Patriarcato era una istituzione “nazionale”, esclusivamente friulana? Nient’affatto: in primo luogo non comprendeva tutto il Friuli e poi, fin dalla sua nascita, il Patriarcato fu una realtà internazionale, plurilingue, pluriculturale, che comprendeva al suo interno i parlanti sloveno, friulano, tedesco, croato, italiano, ladino, senza contare le particolarità dialettali, dal veneto al carinziano, dall’istrioto al resiano. Il fatto è che il Friuli non nacque il 3 aprile 1077, poiché esisteva già.


Fin dall’ultimo secolo del periodo longobardo, infatti, noi troviamo che la regione è chiamata con questo nome e i suoi abitanti sono i “Foroiulani” o “Foroiulenses”, cioè “Friulani”, ben distinti dai popoli confinanti. E anche la lingua friulana era già nata e occupava uno spazio geografico molto più ampio di quello odierno.


Dunque, il 3 aprile non costituisce l’atto istitutivo della nazione friulana, ma è un passaggio istituzionale, una trasmissione di poteri da un imperatore germanico a un patriarca germanico, in cui il “popolo” non compare, così come sarebbe difficile trovarlo nelle formazioni pubbliche di quel periodo. Per trovare il “popolo” attivo, consapevole della propria forza e del proprio ruolo, protagonista almeno per una volta, bisogna giungere al 27 febbraio 1511, alla rivolta contadina che anticipò gli analoghi motti dell’area germanica.


Non celebrare, quindi, il 3 aprile? Al contrario: ricordarlo, sì, ma sapendo di cosa si sta parlando, cercarne soprattutto i caratteri veri e il massaggio che può essere importante per noi oggi, a quasi un millennio di distanza dal 1077.


E il messaggio può benissimo essere quello della dimensione europea del Patriarcato, della pacifica e costruttiva convivenza di lingue, nazioni, popoli diversi sotto una unica compagine pubblica, che vuol dire opportunità per tutti di sviluppare liberamente la propria identità. E oggi, sviluppo dell’identità linguistica, vuol dire principalmente impegnarsi per la sua continuazione, quindi provvedere con fatti concreti alla sua tutela.


Ma sarebbe oltremodo importante che il 3 aprile, più che essere una “celebrazione”, fosse occasione di discussione, di approfondimento, di dibattito, con un occhio al presente e al futuro, più che al passato.

Cristiano Lesa (da Il Friuli del 29 marzo 2002)

Alla fine del X secolo il Friuli era ferito ed esangue.


Le scorribande di razziatori, contrastate in qualche modo dai Romani che fecero di Aquileia la capitale della X Regio Venetia et Istria, avevano sconquassato campagne e villaggi, fino a minare la stessa stabilità politica, sociale ed economica della regione.


L’ultima invasione era stata quella degli Ungari che dal 899, anno della prima invasione, “visitarono” il Friuli, in poco più di cinquant’anni, almeno una dozzina di volte.


Tutta la storia che segue, è la storia dell’importante opera di ricostruzione economica e sociale del Friuli per opera dei patriarchi. E’ da lì che va ricondotta la nascita dello Stato Patriarcale, e quindi di quella che sarà poi chiamata Patria del Friuli.


I due Patriarchi che, tra gli altri, si spesero maggiormente in quest’opera di riedificazione morale e politica furono Rodoaldo (963-983) e Giovanni (984-1019), che, parlando in termini moderni, si fecero artefici di una vera e propria politica di welfare e “investimenti” a spese degli Ottoni (imperatori e duchi del Friuli) e, in qualche modo, del papato.


Non va tuttavia dimenticato come, all’opera di riorganizzazione del Friuli, contribuirono, accanto ad altri ordini religiosi, i benedettini, che stimolarono il sorgere di monasteri e abbazie, che, oltre ad essere un naturale centro di cristianizzazione, diventarono un vero e proprio “volano economico”, incrementando e rinnovando le tecnologie di coltivazione agraria e ponendosi quali ambasciatori di quell’Europa che stava proprio allora diventando “Cristianità”. Viene da sé che una tale azione politica dei Patriarchi tende sempre di più a ridisegnarne competenze e poteri. E, infatti, accanto alla sfera spirituale il Patriarca sta diventando un vero e proprio “gerente” politico e secolare del territorio a lui affidato.


Il 1077 è l’anno di Canossa. Enrico IV ventiseienne imperatore di Baviera, è costretto ad un’estenuante attesa fuori dalle mura di quel castello, mentre Matilde di Toscana si adopera presso il Papa Gregorio VII per ricucire lo strappo fra Chiesa e Impero.


Nel gioco entra in qualche modo anche il Friuli. Il Patriarca è fedele ad Enrico nello scontro tra lo stesso e il conte del Friuli. Ed Enrico lo premia. Lo premia per la sua fedeltà, ma soprattutto perché sa che la renovatio imperii sarà molto meglio gestita da coloro che seppero far risorgere il Friuli.


Pavia, martedì 4 aprile 1077; Enrico firma un diploma per investire il Patriarca Sigeardo di tutta la contea del Friuli. E’ nato lo stato patriarcale.

Una situazione simile si trovava anche nel nostro Paese.

Ti paiarai su la galete“. Dalla dettagliata descrizione delle entrate e delle uscite della famiglia contadina fagagnese Lizzi sono stati tratti molti spunti sulla vita del tempo.

Casa Cocel di Fagagna è, da anni, un luogo da cui partono varie iniziative culturali e di varia natura, tutte collegate alla comunità friulana. Già la “casa” è un documento dedicato alla memoria della civiltà friulana.
L’Associazione del Museo della Vita contadina di Cjase Cocel ja permesso la pubblicazione di “Ti paiarai su la galete“, un libro dei conti della famiglia Lizzi nella Fagagna del secondo decennio del Novecento, esattamente dal 1921 al 1927. Autore è Elia Tomai che, proprio da questa dettagliata descrizione delle entrate e delle uscite di una famiglia contadina fagagnese trae molti spunti sulla vita del tempo. Lo stesso titolo dà un’idea di come funzionasse l’economia familiare di quei tempi, che si basava anche sul credito garantito dai futuri introiti di un lavoro, l’allevamento del baco da seta, che per molti anni è stato una fonte di reddito sicuro per le famiglie.
L’autore coglie l’occasione di questo libro dei conti degli anni Venti per delineare anche come si viveva allora, come si spendeva dentro quella società contadina negli anni a ridosso del grande conflitto mondiale.
I movimenti contabili della famiglia Lizzi riguardavano per lo più fatti di ordinaria amministrazione, certi e concreti, quali il saldo dei debiti, le spese per l’acquisto di attrezzi da lavoro, il pagamento del notaio per un contratto di divisione dei terreni, l’acquisto di una macchina da cucire (460 lire) o di 60 piante di gelso al presso di lire 3,5 cadauna. Ed ecco che anche le voci “per vendita latte ricavato“,  “ricevuto per vendita bozzoli“, “per diverse spese fatte a Udine“, “pagato per lavorazione formaggio” “incassato per vendita bicicletta“, “per due camice e gilet” o “per suolatura di scarpe” sono piccoli capitoli, per certi versi, determinanti nel bilancio di quella famiglia di Fagagna.
Nell’elenco c’è tutto e, anche se le cifre indicate da Franesco Lizzi, contadino, fittavolo, accorto e pruidente, legato ai valori della famiglia e della casa, sono piuttosto aride, rappresentano una fonte molto interessante di notizie e informazioni.
E’ proprio vero che andando a scandagliare il passato si trova una miniera di notizie di tipo economico che non spiegano solo il “com’eravamo“, ma tracciano il percorso di un mutamento che è diverso ma non tanto distante dall’oggi.
La pubblicazione, che si avvale di una bella presentazione di Dino Pegoraro e di una bella veste grafica, rievoca i tempi in cui il ricavato della vendita della “galete” serviva per pareggiare i conti di casa ei risolvere piccolo e grandi problemi economici.
Perchè ha significato un libro come questo? Perchè leggerlo oggi consente ad alcuni di rivivere momenti del passato. A chi invece è lontanissimo da quegli anni, ai giovani, offre la possibilità di conoscere fatti, avvenimenti e persone che sono stati “protagonisti” di una storia minore.

Fonte: UdineEconomia, febbraio 2010.

Il gioco del lip

Se si dovesse scegliere un gioco per rappresentare il Friuli del passato, questo non potrebbe che essere il pìndul pàndul (lippa).

Con nomi diversi, era diffuso non soltanto in tutto il Friuli, ma in tutta l’Italia ed in molti Paesi europei: Inghilterra, Spagna, Olanda, Grecia.

Al Petrie Museum di Londra si conservano alcuni reperti egizi, risalenti a 3.700 anni fa, che rappresentano questo gioco.

Il gioco della lippa ha un suo fascino particolare poiché mette insieme competizione, espansione, abilità, cameratismo; come tutti i giochi di strada che sono estremamente semplici da realizzare, questo aveva anche una certa dose di pericolosità.

L’intera presentazione si trova nell’allegato; vai …

Scarica “lip.pdf”

(da www.lescienze.it, maggio 2012)

Nei primi decenni del XX sec., il genetista Nazareno Strampelli ottenne varietà di grano ad alta resa, anticipando la Rivoluzione verde che dopo la seconda guerra mondiale sfamerà buona parte del mondo.

La relazione completa si trova nell’allegato, vai >>>

Scarica “L uomo del grano.pdf”

Indice: I sistemi predecimali; l’avvento dei sistema metrico decimale; le bascule; i pesi; la collezione del Museo; bibliografia; opere dello stesso autore.

Edito dall’Associazione Culturale Musei Formentini della Vita Rurale – onlus – Gorizia 2011

Il testo completo della pubblicazione, si trova nell’allegato.

 

Scarica “La collezione delle bascule.pdf”

Alessio Antonutti è nato a Vercelli negli anni Trenta, giusto in tempo per rirovarsi bambino – dopo un paio di trasferimenti della famiglia – in un paesello nelle vicinanze di Udine (Colloredo di Prato), quando la seconda guerra mondiale sfiorò anche quel tranquillo angolo agreste.
Dopo tanti anni, l’Autore è rimasto vittima di un “attacco di memoria”, propiziato da un ozio termale, e ripercorre alcuni anni della sua infanzia, cercando di ritrovare il candore e gli sbalordimenti di una piccola ma straordinaria esperienza.

Il racconto, illustrato da una decina di scanzonate vígneîte, che I’autore stesso ha voluto tratteggiare, ha il chiaro íntento di tramandare a ipotetici nípoti alcuni rícordi della sua spensierata infanzía, senza “il ríschio dí tediarlí con i soliti racconti del nonno, imprecísi a causa del naturale, progressivo rimbecillimento e infiocchenafi dí fantasiosi partícolari ad uso dell’innocente recettore“.

Il testo integrale si trova nell’allegato (vai).

Scarica “Con gli occhi da bambino p – 1.pdf”